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Viaggio nella Torino del “buon gusto”: invenzioni gourmet che hanno fatto la Storia

Cosa accomuna Umberto Eco, Gianni Agnelli, Friedrich Nietzsche, Mario Soldati, Giacomo Puccini e Susan Sarandon?

Un bicchiere. E un locale. Entrambi torinesi, divenuti famosi l’uno grazie all’altro. Gusto e tradizione in formato mignon. Stiamo parlando del “Bicerin”, la storica bevanda simbolo della città, per cui scrittori, politici e artisti hanno letteralmente perso la testa. E della sua “casa natale”: lo storico caffè in Piazza della Consolata, che ne ha brevettato la ricetta, prendendone anche il nome. Tre gli ingredienti della bevanda, separati a strati nella tazza trasparente: cioccolato, caffè e crema di latte. Dolce e avvolgente, il bicerin inizia a scaldare i palati della nobiltà nel 1763. Perfetto per riprendersi dal digiuno mattutino della Messa domenicale; goloso escamotage durante la Quaresima, non rientrando la cioccolata liquida tra i “cibi” da evitarsi nel periodo di penitenza. Dagli anni di Camillo Benso Conte di Cavour, grande estimatore del bicerin, nulla è cambiato, dentro e fuori dal bicchiere. L’ambiente raccolto, le boiseries in legno, i tavolini in marmo, i grandi vasi di confetti, i tappeti rossi. L’atmosfera ovattata della Torino che fu.

E chi se non la “cattolicissima Torino” dei colli di pelliccia, dei sigari e delle carrozze poteva inventarsi il “pane del boia”?

Era il Pancarrè, oggi soffice protagonista dell’aperitivo torinese, ieri evocatore di condanne e vendette. A produrlo per primi, nella metà dell’‘800, proprio i panettieri del quartiere della Consolata, dove il boia abitava. All’assassino non solo legittimato ad uccidere, ma anche pagato profumatamente per farlo, i fornai iniziarono a servire il pane al contrario, in segno di disprezzo. Richiamati dalle autorità, risposero per le rime, sfornando  il “Pane in cassetta”: a forma di mattone, uguale sopra e sotto, da servire capovolto senza che nessuno potesse lamentarsi. Le esecuzioni sono finite da un pezzo, ma ancora oggi si dice che il pane appoggiato capovolto sulla tavola porti sfortuna. Poco importa ai torinesi che, con Vermouth e Tramezzini, rivisitazione tutta locale dei “sandwich” americani, celebrano impuniti il rito dell’Happy Hour. Dai Murazzi a Piazza Vittorio, da Via Po fino a Piazza Castello, con la musica jazz o le note dei Subsonica in sottofondo. 

Tramezzini

Tra i ripieni dei famosi paninetti a triangolo, ci sono  il Vitello Tonnato, la Bagna Caoda, il Burro e Acciughe, i Salumi, i Tomini Elettrici e al Bagnetto Verde, la Carne Cruda di Fassona battuta al coltello. Ma nelle osterie o nei ristoranti del centro gli assaggini dell’Aperitivo, i “tochetin” per dirlo alla piemontese, diventano delle vere portate, sfilando tra gli Antipasti del Menu, su cui la cucina regionale è particolarmente forte. E poi si continua con gli Agnolotti, i Tajarin e la Polenta; con i Brasati, gli Arrosti e il Gran Fritto Misto.. Un tripudio di gusti e saperi di cui il Tramezzino è solo il degno inizio.

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Sara Perin - Guida Turistica
Sara Perin
Guida turistica
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